Simo incontra Luk Starchild

SIMO INCONTRA LUK STARCHILD

Una conversazione tra pittura, scrittura, vita e soglie del tempo.

Due modi diversi di raccontare il mondo.
Una stessa curiosità verso ciò che sta oltre l’apparenza.

Prima di cominciare questa intervista vorrei concedermi qualche riga personale.

Quando ho scoperto che il mio nome era entrato nelle pagine di Concentrici, la prima sensazione è stata quella della sorpresa. Subito dopo è arrivata la gratitudine.

Ma sarebbe riduttivo fermarsi a questo.

Tra me e l’autore di questo libro esiste un legame molto più profondo di una citazione, di una dedica o di un nome lasciato tra le pagine. È un legame fatto di anni, di quotidianità, di idee condivise e anche di modi diversi di osservare il mondo.

Io ho scelto l’acqua e il colore.
Lui ha scelto le parole.

Io provo a fermare una luce, un riflesso, una città che sembra dissolversi sulla carta. Lui costruisce mondi, interroga il tempo, mette uomini e donne davanti a ciò che ancora non conoscono.

Forse, alla fine, non siamo poi così lontani.

Entrambi cerchiamo qualcosa dietro ciò che appare.

Per questo sono felice di essere entrata, anche solo per un istante, nel suo universo narrativo.

E per questo oggi vorrei lasciare da parte il ruolo di compagna di viaggio e fargli qualche domanda come farebbe una lettrice.

Una lettrice che, forse, lo conosce un po’ più degli altri.

Simo — Cominciamo dall’inizio. Da dove nasce Concentrici?

Luk — Da una domanda, più che da una storia.

Mi sono chiesto cosa accadrebbe se alcune delle cose che oggi consideriamo confini — il tempo, la distanza, la memoria, perfino l’identità — fossero in realtà soltanto limiti della nostra capacità di comprenderle.

Da lì sono arrivati i personaggi.

Non volevo scrivere un trattato travestito da romanzo. Volevo mettere delle persone davanti a qualcosa di immensamente più grande di loro e vedere come avrebbero reagito.

La scienza è stata il punto di partenza.

L’uomo è diventato il vero argomento.

Simo — Nel romanzo c’è molta scienza: fisica quantistica, entanglement, nuove forme di comunicazione, tecnologie che sembrano appartenere al futuro. Quanto è importante che tutto questo sia credibile?

Luk — Moltissimo.

La libertà della fantascienza, secondo me, diventa ancora più affascinante quando parte da qualcosa di reale.

Cerco sempre quel punto particolare in cui la scienza di oggi arriva alla frontiera e poi deve fermarsi.

È lì che comincia il romanzo.

Non mi interessa dire al lettore: “questo succederà”.

Preferisco dirgli: “oggi sappiamo questo. Ma se domani scoprissimo che manca un pezzo?”

Quel piccolo spazio tra ciò che conosciamo e ciò che potremmo scoprire è un territorio narrativo straordinario. 

Simo — Ma allora Concentrici è soprattutto un romanzo scientifico?

Luk — No.

O almeno, per me non lo è.

La scienza è uno degli strumenti attraverso i quali racconto una domanda molto più antica: che cosa facciamo quando finalmente possiamo creare qualcosa che prima era impossibile?

La vera questione non è se l’uomo riuscirà a costruire una determinata tecnologia.

È cosa farà dopo averla costruita.

Ogni scoperta contiene una possibilità e un rischio.

E spesso il rischio non è nella scoperta.

È in chi decide come usarla.

Simo — Questa sembra una domanda molto legata anche all’intelligenza artificiale.

Luk — Inevitabilmente.

Viviamo in un momento particolare della storia.

Per la prima volta strumenti capaci di elaborare quantità enormi di informazione stanno entrando nella vita quotidiana di milioni di persone con una velocità impressionante.

Ma il problema di fondo non è nuovo.

Ogni volta che l’uomo aumenta enormemente il proprio potere deve aumentare altrettanto la propria responsabilità.

E non sempre le due cose procedono insieme.

In Concentrici questa tensione è continuamente presente.

I personaggi costruiscono, scoprono, sperimentano.

E a un certo punto devono chiedersi non soltanto:

“Possiamo farlo?”

Ma:

“Dobbiamo farlo? 

La scienza è stata il punto di partenza. L’uomo è diventato il vero argomento.

Simo — I tuoi personaggi sembrano trovarsi spesso davanti a una soglia. È una parola che ritorna anche simbolicamente nel romanzo. Che cosa rappresenta per te?

Luk — La soglia è probabilmente una delle immagini più importanti di tutta la storia.

Una soglia divide due luoghi, ma appartiene a entrambi.

Finché resti davanti a una porta puoi ancora scegliere.

Quando la attraversi, qualcosa cambia.

Nella scienza accade continuamente.

Ma accade anche nella vita.

Ci sono momenti dopo i quali non possiamo più tornare esattamente quelli che eravamo.

Mi interessa molto quell’istante sospeso.

Il momento prima del passo.

Simo — E il tempo? Nel titolo del primo romanzo c’è proprio Il Tempo dell’Uomo. Perché?

Luk — Perché il tempo è forse il più grande mistero con cui conviviamo fingendo che sia normale.

Misuriamo tutto attraverso il tempo.

Organizziamo la nostra vita con gli orologi, gli anni, le scadenze.

Eppure non sappiamo davvero che cosa sia.

Sappiamo descriverne molti effetti, sappiamo che non è assoluto, sappiamo che la fisica lo ha reso molto più strano di quanto l’esperienza quotidiana ci faccia immaginare.

Ma interiormente continuiamo a viverlo come qualcosa che scorre.

Il Tempo dell’Uomo parla anche di questo.

Del nostro bisogno di dare una misura umana a qualcosa che forse umano non è affatto.

Simo — Quanto c’è di te dentro i protagonisti?

Luk — Un po’ in tutti, credo.

Ma non nel senso autobiografico.

Non ho preso me stesso e l’ho diviso tra quattro persone.

Piuttosto, alcuni personaggi contengono domande che mi appartengono.

Uno può avere il desiderio di capire.

Un altro il bisogno di costruire.

Un altro ancora la paura delle conseguenze.

Poi, scrivendo, succede una cosa curiosa: i personaggi cominciano a prendere decisioni che tu non avevi previsto.

Ed è uno dei momenti in cui capisci che stanno diventando vivi.

Simo — Anche Rico?

Luk — Anche Rico.

Forse soprattutto Rico ha una relazione particolare con quella parte di noi che continua a cercare qualcosa anche quando la razionalità suggerirebbe di fermarsi.

In lui convivono tecnologia, intuizione, ironia e una certa fragilità.

E questo contrasto mi interessa molto.

Simo — Però nel romanzo non ci sono soltanto scienziati e laboratori. Ci sono sogni, simboli, coincidenze, perfino qualcosa che sembra avvicinarsi alla spiritualità. Non temevi che questi elementi entrassero in conflitto con la parte scientifica?

Luk — Al contrario.

Trovo interessante proprio quella zona di confine.

Non perché voglia dare una spiegazione mistica a ciò che non conosciamo.

Ma perché gli esseri umani non sono soltanto razionalità.

Possiamo lavorare con un acceleratore di particelle e la notte fare un sogno che ci turba.

Possiamo scrivere un’equazione perfetta e contemporaneamente avere paura della morte.

La scienza non cancella il mistero.

Molto spesso lo rende più grande.

Simo — Prima dicevi che i personaggi, a un certo punto, acquistano una loro autonomia. Ti è mai capitato di cambiare la storia perché un personaggio sembrava rifiutarsi di seguire quello che avevi immaginato?

Luk — Sì.

Ed è una delle cose più belle della scrittura.

All’inizio credi di comandare tu.

Poi scopri che, se hai costruito bene un personaggio, non puoi più fargli fare qualsiasi cosa soltanto perché serve alla trama.

Deve essere coerente con se stesso.

A quel punto è quasi lui a dirti:

“No. Io questo non lo farei.”

E allora sei costretto a cambiare strada.

Simo — Adesso arrivo a una domanda un po’ più personale. Perché hai voluto inserire anche me nel romanzo?

Luk — Perché sarebbe stato strano costruire un universo immaginario cancellando completamente ciò che appartiene al mio universo reale.

Naturalmente un romanzo trasforma tutto.

Persone, luoghi, ricordi entrano nella storia e diventano qualcos’altro.

Ma ci sono presenze che lasciano una traccia.

Tu sei una di quelle.

E mi piaceva l’idea che, da qualche parte tra laboratori, viaggi, scoperte e misteri, rimanesse anche un piccolo segno di ciò che accompagna la mia vita fuori dal libro.

Forse è un modo per dire che nessuno immagina davvero da solo.

Simo — Quindi anche gli acquerelli, in qualche maniera, sono entrati in Concentrici?

Luk — Più di quanto possa sembrare.

Non necessariamente come oggetti o come citazioni esplicite.

Ma certamente come sensibilità.

Guardarti dipingere mi ha sempre fatto pensare a una cosa: un acquerello non controlla completamente l’acqua.

Puoi guidarla, suggerirle una direzione, ma devi anche accettare che faccia qualcosa che non avevi previsto.

La scrittura, almeno per me, funziona spesso nello stesso modo.

Parti con un’intenzione.

Poi lasci che qualcosa accada.

Simo — Questa me la tengo.

Luk — Era prevedibile.

Simo — Prima parlavi delle persone reali che possono lasciare una traccia dentro una storia. Io so quanto tuo figlio sia importante per te. Eppure nel romanzo non c’è. È stata una scelta precisa?

Luk — Sì, molto precisa.

Ho un figlio che amo profondamente e proprio per questo ho scelto di non portarlo dentro Concentrici.

Avrei potuto trasformare qualcosa di lui in un personaggio, in un ricordo, in una presenza laterale.

Ma credo che avrebbe cambiato troppo il mio modo di scrivere.

La sua presenza avrebbe spostato inevitabilmente il centro emotivo del romanzo e, probabilmente, avrebbe condizionato anche alcune scelte narrative.

Quando ami davvero qualcuno è difficile usarlo soltanto come materiale per una storia.

Io avrei finito per proteggerlo anche dentro il romanzo, per pensare a lui invece che al personaggio.

E a quel punto la storia sarebbe diventata un’altra cosa.

Per questo ho preferito lasciarlo fuori.

Non perché sia meno importante.

Forse proprio perché lo è di più.

Simo — Quindi esistono anche persone troppo importanti per diventare personaggi.

Luk — Credo di sì.

Ci sono persone che entrano nei libri.

E ce ne sono altre che, in qualche modo, stanno dietro a tutti i libri che scrivi.

Ci sono persone che entrano nei libri. E ce ne sono altre che stanno dietro a tutti i libri che scrivi.

Simo — C’è qualcosa che vorresti che il lettore non facesse leggendo questo libro?

Luk — Vorrei che non cercasse necessariamente una risposta unica.

Mi piace l’idea che due persone possano chiudere il libro avendo interpretato alcune cose in maniera diversa.

Non tutto deve essere spiegato.

A volte una domanda continua a vivere proprio perché non l’abbiamo chiusa.

Simo — E cosa vorresti invece che facesse dopo aver letto l’ultima pagina?

Luk — Fermarsi per qualche secondo.

Se accadesse, sarebbe già moltissimo.

Non necessariamente per pensare alla trama.

Magari per domandarsi qualcosa sul tempo, sulla memoria, sulla tecnologia, su ciò che consideriamo reale.

O semplicemente su noi stessi.

Un romanzo non deve insegnare.

Ma può lasciare una piccola inquietudine.

Una domanda che prima non c’era.

Simo — C’è una frase capace di riassumere tutto Concentrici?

Luk — Probabilmente no.

Ma c’è una domanda che potrebbe avvicinarsi:

Se un giorno l’uomo riuscisse a superare i propri limiti, sarebbe ancora l’uomo a decidere dove fermarsi?

Simo — Ultima domanda. Una persona arriva su questa pagina e non sa nulla di Concentrici. Perché dovrebbe aprire il libro?

Luk — Non vorrei dirle perché dovrebbe leggerlo.

Le direi soltanto cosa troverà.

Quattro uomini e donne che credono di lavorare alla frontiera della scienza e scoprono progressivamente che quella frontiera potrebbe essere molto diversa da ciò che immaginavano.

Troverà tecnologia, mistero, potere, amicizia, paura, ambizione.

Troverà persone costrette a scegliere.

E soprattutto troverà una porta.

Io posso accompagnare il lettore fino a quella porta.

Attraversarla, invece, spetta a lui.

Simo

Forse è proprio questa la cosa che più riconosco nell’uomo che ha scritto Concentrici.

La curiosità.

Quella curiosità un po’ ostinata che porta a guardare una porta chiusa e a chiedersi immediatamente cosa ci sia dall’altra parte.

Io continuerò probabilmente a cercarlo nei colori.

Lui continuerà a cercarlo nelle parole.

E forse Simo Watercolors e Luk Starchild condividono questo piccolo territorio comune:

due modi diversi di raccontare il mondo.
E lo stesso desiderio di guardare un po’ più in là.